Limes

Anno 2019-20

Limes — Gianluca Ceccarini Secondo un'antica leggenda popolare, il Ponte di San Giacomo, il Pole Serat nella tradizione persiana, è molto sottile e divide il mondo dei vivi da quello dei morti.

È la Via Lattea e San Giacomo, pescatore a Betsaida sul lago di Tiberiade, ne è la guida e protettore.
Il ponte è sottile come un capello, affilato come la lama di un coltello e si erge sopra un abisso spaventoso.
Le anime dei morti passano sul ponte di San Giacomo per arrivare nell'aldilà: se il defunto ha commesso pochi peccati l'anima sarà agile e attraverserà il ponte senza difficoltà, se ne ha commessi molti è pesante e goffo e rischia di cadere. Ma le anime possono anche contare sulla protezione dell'Arcangelo Michele nella sua funzione di Arcangelo psicopompo, a cui Dio affida le anime dei giusti per proteggerle dai demoni lungo il sentiero che porta al Cielo.
Michele, il taumaturgo, è il numen dei pastori, il protettore degli spazi di confine, dei limes, l'Arcangelo che con la sua bilancia pesa le anime dei morti.

Lungo tutto l'Appennino centro-meridionale sono diffusi decine di santuari in grotta dedicati all'Arcangelo Michele, santuari minori che ricalcano nella forma e nell'intero apparato simbolico-rituale il grande santuario istituzionale presente sul Gargano in Puglia, meta ogni anno di migliaia di pellegrini.

Questi piccoli e sperduti santuari, sono ancora oggi oggetto di culto e meta di pellegrinaggi locali e sono stati oggetto di una mia ricerca sul campo da cui nascono gli scatti del progetto LIMES.

Le dinamiche identitarie messe in atto dal culto micaelico sono estremamente collegate alla territorialità ed alla percezione del paesaggio locale di una particolare comunità; meccanismi espressi in società in cui la percezione dello spazio nativo è culturalmente determinata, è luogo determinato della propria storia, del passato ancestrale, del vissuto individuale.

In tali contesti lo spazio locale, il proprio paesaggio antropologico, che qui consideriamo come un complesso processo culturale interiorizzato in una mappa mentale locale, si carica di valori istituzionali, sociali e sacrali, assumendo il valore simbolico di “centro del mondo”.

Il concetto di “crisi d’identità”, di cui si parla così frequentemente oggi nell’ambito dei problemi di nazionalità, etnicità, regionalismi e localismi, genera nei gruppi il bisogno di rifare i conti con se stessi, di prendere coscienza di una identità fondata sul cumulo di esperienze storiche precedenti, ma che va ricostruita, al momento, in funzione della presente situazione: attraverso l’intero sistema mitico-rituale del culto micaelico le comunità sembrano “rifare i conti” con la propria identità.

Come molte altre devozioni cristiane, nonostante i drastici e veloci cambiamenti a cui è stata sottoposta la nostra società negli ultimi anni, il pellegrinaggio ai santuari micaelici sembra ancora catalizzare bisogni, speranze ed emozioni di molte comunità, in buona parte grazie a quella particolare capacità della tradizione religiosa di essere un oggetto dinamico, il cui contenuto non è fisso ma bensì mutevole, capace di passare trasversalmente tra i gruppi sociali e i rapporti di potere.

E ciò riguarda anche il culto micaelico, il cui pellegrinaggio è ancora motivato da bisogni persistenti di trascendenza e spiritualità, da speranze di benessere e guarigione, da bisogno di radicare una propria identità culturale e territoriale, nonostante tale culto sia fra quelli che più hanno risentito degli ultimi cambiamenti socioeconomici, in particolare a causa della crisi che ha riguardato l’intera cultura pastorale a cui il culto micaelico era fortemente legato e a cui dovette gran parte della sua diffusione.

Oggi sono cambiati gli attori, nelle nostre abitudini mentali folklore si correla meglio con pastore o contadino che non con camionista o impiegato di banca ma ciò non significa che le motivazioni e le speranze esistenziali siano di minor valore di quelle che spingevano un tempo il pastore o il contadino al contatto col numen.

La tradizione ha una straordinaria capacità di modellarsi e fare proprie le nuove istanze sociali e, nel caso di culti polivalenti come quello micaelico, questa forza di rinnovarsi continuamente è ancora più sorprendente.

Quando, durante il pellegrinaggio alla grotta-santuario di Liscia in Abruzzo, chiesi ad un uomo perché ogni anno si recasse al santuario abruzzese e poi a quello garganico, mi rispose che per motivi di lavoro era costretto a passare molto tempo sulla strada in automobile e quindi era lì per cercare protezione dall’Arcangelo, come un tempo anche il pastore in viaggio richiedeva protezione a San Michele durante le lunghe, estenuanti e pericolose transumanze.

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