Rovina

Anno 2020

Rovina di Martina Bruni


Ho imparato prima a nuotare e poi a leggere.
Sono legata all’acqua e agli abissi, allo scandagliare dei fondali.
Il mio sguardo è selvaggio e errante.
Mi piacciono le erbacce, le vagabonde che crescono al bordo delle strade.
E anche Scrutare nelle ombre nette delle giornate dal sole abbacinante.

La mia terra, la Calabria, mi ha reso malinconica e spaccata.
Sono cresciuta tra il mare e le montagne, all’ombra del castello della regina Giovanna e negli orti di una nonna imbrogliona.
Sono nata nella terra dei greci, dove sotto un sasso si può trovare un tassello di un prezioso mosaico ma anche un serpente velenoso. Sono cresciuta nelle rovine di un passato mitico e splendente.

Il mio lavoro, la mia memoria, la mia vita non possono che essere raccontate e rappresentate rispetto al luogo a cui appartengo. Io sono i miei luoghi, reali e immaginari, vissuti o sognati, accettati e scartati, rimossi o accolti. Il mio lavoro è la storia delle mie radici malinconiche e della mia cura.

Il malinconico ha bisogno delle rovine, ma a tutte le rovine si mostra indifferente. E’ indifferente alla sua stessa rovina. Adolescente romantica travestita da gran tour, ho vagato tra i ruderi di antiche civiltà, come se prendendo coscienza della caducità delle cose potessi dare un senso alla mia stessa rovina interiore…quale illusione!

La rovina dell’intero universo può solo distrarci, ma non guarirci da questo antico male. Come direbbe Sarobinski “L’asincronia, la discordanza tra il tempo del cuore di un uomo e quello della forma di una città è una delle espressioni più commoventi della condizione malinconica”.
Eppure nella consapevolezza della propria natura, il malinconico può trovare una via di uscita, dalla disperazione dalla distruzione, dal suicidio. La salvezza non consiste nella fuga: la salvezza comincia con la constatazione che non esistono luoghi dove si possa fuggire. Non si può tornare indietro.

La nostalgia non conduce mai al punto di partenza.
La malinconia, con i suoi vuoti, è lo stato necessario per presupporre un altrove, per iniziare un mutamento. Dove non si trova più cosa si è perduto, bisogna ridisegnare i luoghi. Praticare i rituali, inventarsene di nuovi.
Così le rovine non si chiudono nel loro passato glorioso, ma si aprono a nuovi scenari.
Ed è qui che le radici non sono più silenziose e nascoste, ma spingono verso l’alto: come le parietarie infestanti, come i coralli, come le conchiglie con cui comunichiamo e tramandiamo.

Radici, non come solchi fissi, ma metafore vive. Radici come archetipi, descrivibili solo attraverso le immagini, che ci invitano a parlare per poesie e miti.
Archetipi come creatori, come Dei, e in quanto tali, più che conoscibili tramite i sensi e all’intelletto, accessibili alle emozioni dell’anima.
Un politeismo, fatto di Santi, Dei e Animali parlanti, un’eresia che permette un relativismo radicale. Innumerevoli voci che amplificano, spaziano, aprono e scuotono. Un futuro passato. Un eterno ritorno.

Nei miei disegni, fatti su vecchia carta stracciata, rivitalizzata con i colori, ci sono cerimonie. In essi vivono, funerali, metamorfosi, magie , malocchi, amuleti e talismani.

L’affascino, dal latino fascinum con il suo doppio significato di maleficio e amuleto. Il controaffascino che libera e slega.
L’atto stesso del disegnare per sciogliere i nodi.
I nodi dei capelli sciolti, delle catene che devono cadere.
Come il sandalo di Didone, che cadendo dal suo piede permette a Enea di partire per un nuovo luogo, in cui portare e mettere radici.

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